Come il petrolio condizionò il mondo (arabo)
11/09/2013 | In Occidente Golfo Persico e oro nero generano, nella mente di chi le evoca, immagini di progresso ed opulenza, ben lontane dai problemi che affliggono generalmente gli stati dell’area (povertà, analfabetismo, lotte intestine…). Tale apparenza è data dal modo di mettere a tacere il dissenso nei paesi del Golfo, sia tramite i petroldollari (emblematico è il fatto che durante i tumulti della Primavera araba i vari emiri si affrettassero ad elargire sussidi ai cittadini per dissuaderli dal rivoltarsi) sia tramite metodi coercitivi: carcere, torture ed esilio.
Possono la letteratura e l’impegno politico avere voce in società dove il benessere è stato introdotto quasi con forza e pare assopire le coscienze? Qual è il ruolo della cultura nelle astoriche capitali del petrolio? Tali questioni hanno caratterizzato l’opera di ‘Abd Al-Rahman Munif (1933-2004), uno dei maggiori novellisti arabi del XX secolo. Nato da padre saudita e madre irachena nel 1933. Trascorse la propria infanzia in Giordania, per poi spostarsi in tutto il mondo arabo inseguendo l’oro nero. Egli fu infatti funzionario di una multinazionale petrolifera e ne osservò i meccanismi dall’interno. Un articolo apparso sul New York Times nel 1991 sosteneva che la letteratura di Munif potesse sintetizzarsi nell’immagine di “Sindbad che guida una Rolls Royce bianca”. Tale immagine è sicuramente calzante: tutta la letteratura di questo autore indaga il rapporto tra tradizione, modernità e capitalismo nelle società del petrolio.
Nella sua opera maggiore, Città di Sale, edita tra il 1984 ed il 1988 e comprendente cinque volumi, l’autore fornisce una versione alternativa alla narrativa storica del regime saudita, la quale vorrebbe mostrare il corso degli eventi come un ininterrotto cammino verso il progresso. Nella vicenda di Mooran, città sorta dalle sabbie del deserto per diventare un ameno centro petrolifero, è raccontata la vicenda di un popolo che si è visto proiettato nella modernità “più spinta” senza possederne le basi: “Un cumulo di fango era divenuto una città con l’aria condizionata, costantemente monitorata da servizi segreti supportati dalla CIA. Al posto dei cammelli vi erano ormai auto lussuose… Anche le condizioni della popolazione erano mutate, allo stesso modo delle loro sembianze fisiche: ora erano più grassi!”. Sullo sfondo delle trasformazioni di Mooran si muovono monarchi corrotti e consiglieri compiacenti, proiezioni dei membri della famiglia reale saudita, la quale ha costruito un vero e proprio stato patrimoniale. Non esiste una vera vita economica al di fuori del mercato del greggio, i cittadini sono a tutti gli effetti sudditi, su cui la famiglia reale ha potere di vita e di morte, non esistono elezioni né formazioni politiche e non si riconosce spazio ad una società civile che fatica a far sentire la propria voce se non tramite l’esilio volontario. È bene ricordare che Città di Sale è costata a Munif la nazionalità saudita e che è stata soggetta a censura.
Come lo stesso Munif ha sostenuto in un’intervista al periodico Al-Jadid, la crisi del mondo arabo è una trilogia composta da petrolio, Islam politico e dittatura. Il petrolio va a braccetto con lo sviluppo dell’Islam politico e lo rende influente. Allo stesso tempo, è stato proprio il petrolio a permettere ai regimi dittatoriali di continuare a violare i diritti dei propri cittadini impunemente, senza che vi fossero forze alternative in grado di opporsi. Ciò anche grazie agli autorevoli “protettori” occidentali di queste monarchie. Tutto ciò è una grossa occasione perduta, l’oro nero avrebbe dovuto essere uno strumento di emancipazione sociale ed economica per i paesi che ne dispongono, avrebbe potuto renderli liberi. In un simile clima di censura ideologica, la letteratura conserva una funzione importante. Secondo lo stesso autore: “ La missione ultima della letteratura è edificare quella sensibilità e quella consapevolezza che sono necessarie alla rinascita del mondo arabo- islamico”.

