venerdì 9 agosto 2013

Le radici occidentali del jihadismo europeo

I fatti accaduti a Woolwich, periferia sud di Londra, hanno riaperto un dibattito sull’Islam che negli ultimi anni si era sopito.

Un nigeriano convertito all’Islam, Michael Adebolajo, assieme ad un confratello ha assassinato barbaramente un tamburino dell’Esercito Britannico, tale Lee Rigby. Il tragico atto è stato compiuto nel nome di Allah poiché, come ha sostenuto l’assassino in un intervento televisivo che voleva essere una macabra e fiera rivendicazione : ”Ogni giorno in terra d’Iraq e d’Afghanistan gli inglesi uccidono musulmani innocenti”. Nessun pentimento nelle parole di Adebolajo, solo la consapevolezza di aver compiuto il proprio jihad. Non dice forse il Corano, nel famoso quanto travisato versetto della Spada (Cor, 5:5) : [] uccidete gli infedeli ovunque li incontriate?

Nelle ore immediatamente successive all’assassinio di Woolwich, a Parigi, un “maghrebino con indosso una jalabiyyah” feriva alla gola un militare francese. Si tratterebbe, secondo fonti citate dall’agenzia France Presse, di “ un ventiduenne sostenitore da tre o quattro anni di un Islam radicale tradizionalista, ma non era noto come un esponente della jihad” (http://www.repubblica.it/esteri/2013/05/29/news/francia_soldato_accoltellato_arresto-59875386/?ref=HREC1-2).

Ovviamente le ragioni di tali gesti, che non sappiamo ancora come collegare con certezza, affondano le proprie radici in un disagio ideologico ed esistenziale che caratterizza l’Islam della diaspora. Entrambi i colpevoli sono infatti musulmani déraciné ed isolati rispetto alla propria comunità religiosa. Adebolajo, ad esempio, pur avendo preso parte ad alcune iniziative a favore dell’islamizzazione della società britannica, non era solito frequentare centri islamici.
Scriveva il sociologo americano Nahirny che soggetti socialmente ed affettivamente emarginati, privi di legami affettivi reali tendano a sviluppare legami “sentimentali” verso altri esseri umani che essi idealizzano. È proprio il caso del killer di Woolwich: egli ha ucciso per vendicare i propri fratelli nell’Islam, persone mai conosciute se non nell’idea che egli ha di loro. Si tratta di un sentimento comune a tutta la teoria del jihadismo globale.

Ciò che rende “mine vaganti” gli islamisti della diaspora è proprio questo. Rispetto agli islamisti che vanno ad ingrossare i vari fronti nazionalistici, essi non hanno freni dettati dalla comunità o dalle esigenze reali di questa. Si tratta di individui che agiscono arbitrariamente, secondo ciò che essi ritengono l’Islam ingiunga. Non si può non notare come agisca qui l’influsso dell’Occidente e del suo radicale individualismo.

Non è quindi errato affermare, come ha sostenuto lo studioso fracese Roy, che il jihadismo della diaspora abbia radici che affondano profondamente nei valori occidentali, a tal punto che sarebbe difficile immaginarlo altrove. Si pone quindi un ulteriore questione, ed in questo le società occidentali dovrebbero sentirsi chiamate in causa. Il modello di integrazione britannico, che promuove sostanzialmente la nascita di “comunità nelle comunità” sembra portare all’isolamento degli appartenenti a queste; il modello francese che tende a confondere integrazione con omologazione culturale genera, dal canto suo, rabbia e desiderio di rivincita. Sarebbe il caso quindi di proporre una terza via che tenga in considerazione come il modello occidentale impatti i valori della cultura in questione e viceversa, affinché si possa cogliere la specificità di fenomeni non immaginabili in contesti diversi, neppure in quelli in cui hanno avuto origine.

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