martedì 31 marzo 2015

Il Giorno della terra ed il nuovo concetto di identità palestinese



Ieri, 30 Marzo, è stato il trentasettesimo "Giorno della Terra" per i Palestinesi.

Il 30 Marzo del 1976, infatti, scoppiò una rivolta popolare per l'espropriazione  di 2.000 ettari di terra da parte di Israele per la creazione di insediamenti. La rivolta fu repressa nel sangue, ed ogni anno da allora i palestinesi di tutto il mondo ricordano le vittime di quel giorno con manifestazioni ed iniziative. Ma cosa significa realmente celebrare un "Giorno della terra (Yawm al-ard) quando non si ha più una terra? E soprattutto, come si riflette questo aspetto sul concetto di "identità palestinese" che ogni individuo porta con sè?

Uno spunto illuminante potrebbe arrivarci dal romanzo di Susan Abulhawa "Ogni mattina a Jenin".

In questo racconto, considerato uno degli esempi migliori di narrativa palestinese contemporanea, l'autrice dimostra come identità personale e nazionale possano restino ben distinte. La prima infatti consiste nell'insieme dei ricordi e delle persone care. Nel caso di Amal, la protagonista, la Palestina si identifica prima con suo padre e l'insieme di conoscenze che questo le trasmette nei loro teneri incontri ogni mattina , successivamente con sua figlia. Questa,a sua volta, impersona l'identità palestinese cresciuta nella  ghurba (estraneità dovuta all'esilio in un luogo lontano). Il filo conduttore di tutto è in questo caso la memoria.L'identità nazionale, da parte sua, si ritrova nel folklore, nel linguaggio e nei miti della Palestina, che hanno una propria esistenza indipendentemente dalla terra. Nel romanzo, questa si trova infatti nei riti che uniscono tutti i protagonisti, a prescindere da dove la diaspora li abbia portati: modi di dire, rituali, cerimonie sono ciò che resta di ciò che i personaggi più anziani definiscono "il Paradiso".

Tale sentimento, come scrive Rahil Zidan (addetto stampa di al-Najdeh, associazione libanese che assiste i profughi) su al-Modon ( http://www.almodon.com/society/f75ac62e-3953-47f7-b6ed-1f1649a26e78 ), si ritrova anche nei giovani profughi palestinesi, ma assume sfumature diverse.
Molti di loro, nati proprio nei campi profughi o all'estero, non hanno mai visto la loro terra.
La loro identità comune sta nel senso dell'esilio e nella perdita stessa della dimensione spaziale del proprio senso di appartenenza. Di conseguenza, essi sono legati ad una patria immaginata che si esprime nei murales o nelle note della musica rap palestinese.

Il ricordo dei sopravvissuti della Nakba, che ha costituito per decenni il modello per la definizione dell'identità palestinese cede quindi lentamente il passo ad una concezione meno territoriale e meno comunitaria, comune alla maggior parte della diaspora araba e musulmana in Occidente.




martedì 1 ottobre 2013

Come il petrolio condizionò il mondo (arabo)

 
11/09/2013 | In Occidente Golfo Persico e oro nero generano, nella mente di chi le evoca, immagini di progresso ed opulenza, ben lontane dai problemi che affliggono generalmente gli stati dell’area (povertà, analfabetismo, lotte intestine…). Tale apparenza è data dal modo di mettere a tacere il dissenso nei paesi del Golfo, sia tramite i petroldollari (emblematico è il fatto che durante i tumulti della Primavera araba i vari emiri si affrettassero ad elargire sussidi ai cittadini per dissuaderli dal rivoltarsi) sia tramite metodi coercitivi: carcere, torture ed esilio.
 
Possono la letteratura e l’impegno politico avere voce in società dove il benessere è stato introdotto quasi con forza e pare assopire le coscienze? Qual è il ruolo della cultura nelle astoriche capitali del petrolio? Tali questioni hanno caratterizzato l’opera di ‘Abd Al-Rahman Munif (1933-2004), uno dei maggiori novellisti arabi del XX secolo. Nato da padre saudita e madre irachena nel 1933. Trascorse la propria infanzia in Giordania, per poi spostarsi in tutto il mondo arabo inseguendo l’oro nero. Egli fu infatti funzionario di una multinazionale petrolifera e ne osservò i meccanismi dall’interno. Un articolo apparso sul New York Times nel 1991 sosteneva che la letteratura di Munif potesse sintetizzarsi nell’immagine di “Sindbad che guida una Rolls Royce bianca”. Tale immagine è sicuramente calzante: tutta la letteratura di questo autore indaga il rapporto tra tradizione, modernità e capitalismo nelle società del petrolio.
Nella sua opera maggiore, Città di Sale, edita tra il 1984 ed il 1988 e comprendente cinque volumi, l’autore fornisce una versione alternativa alla narrativa storica del regime saudita, la quale vorrebbe mostrare il corso degli eventi come un ininterrotto cammino verso il progresso. Nella vicenda di Mooran, città sorta dalle sabbie del deserto per diventare un ameno centro petrolifero, è raccontata la vicenda di un popolo che si è visto proiettato nella modernità “più spinta” senza possederne le basi: “Un cumulo di fango era divenuto una città con l’aria condizionata, costantemente monitorata da servizi segreti supportati dalla CIA. Al posto dei cammelli vi erano ormai auto lussuose… Anche le condizioni della popolazione erano mutate, allo stesso modo delle loro sembianze fisiche: ora erano più grassi!”. Sullo sfondo delle trasformazioni di Mooran si muovono monarchi corrotti e consiglieri compiacenti, proiezioni dei membri della famiglia reale saudita, la quale ha costruito un vero e proprio stato patrimoniale. Non esiste una vera vita economica al di fuori del mercato del greggio, i cittadini sono a tutti gli effetti sudditi, su cui la famiglia reale ha potere di vita e di morte, non esistono elezioni né formazioni politiche e non si riconosce spazio ad una società civile che fatica a far sentire la propria voce se non tramite l’esilio volontario. È bene ricordare che Città di Sale è costata a Munif la nazionalità saudita e che è stata soggetta a censura.
Come lo stesso Munif ha sostenuto in un’intervista al periodico Al-Jadid, la crisi del mondo arabo è una trilogia composta da petrolio, Islam politico e dittatura. Il petrolio va a braccetto con lo sviluppo dell’Islam politico e lo rende influente. Allo stesso tempo, è stato proprio il petrolio a permettere ai regimi dittatoriali di continuare a violare i diritti dei propri cittadini impunemente, senza che vi fossero forze alternative in grado di opporsi. Ciò anche grazie agli autorevoli “protettori” occidentali di queste monarchie. Tutto ciò è una grossa occasione perduta, l’oro nero avrebbe dovuto essere uno strumento di emancipazione sociale ed economica per i paesi che ne dispongono, avrebbe potuto renderli liberi. In un simile clima di censura ideologica, la letteratura conserva una funzione importante. Secondo lo stesso autore: “ La missione ultima della letteratura è edificare quella sensibilità e quella consapevolezza che sono necessarie alla rinascita del mondo arabo- islamico”.

venerdì 9 agosto 2013

La modernità “multipla” dell’Islam tra fede e prassi

Dopo i fatti dell’11 Settembre, si è imposto prepotentemente il dibattito sui rapporti tra Islam e modernità. L’islam è compatibile con la democrazia e le libertà individuali? La risposta più immediata è stata negativa, e l’Islam è stato ritenuto, dai più, intrinsecamente oscurantista e violento.
Tale posizione appare oggi superata. Secondo il sociologo Shmuel Eisenstadt la modernità, tanto decantata quale simbolo dell’Occidente, sarebbe una vera e propria civiltà nata dalla Rivoluzione Francese e diffusasi sulla scia del colonialismo prima, e della globalizzazione poi. Essa sarebbe caratterizzata da una forte conflittualità tra centro e periferia, nonché dalla presenza di una politica pluripartitica e di una società civile attiva e partecipativa. Nella sua diffusione, essa ha dovuto fare i conti con le culture con cui è entrata a contatto che non l’hanno assorbita acriticamente. Da tale incontro si sarebbero generate le modernità “multiple”.

In base a tali premesse, come è avvenuto l’incontro tra Islam e modernità? E quali ne sono stati i risultati?
Come ha sostenuto Nader Hashemi in un suo recente saggio (Islam, Secularism and Liberal Democracy, Oxford, 2009) l’Islam è stato in grado di creare il proprio percorso verso la modernità ma tale sentiero, proprio in base a quanto abbiamo riferito, non è stato lineare come la storiografia islamica del XX secolo ci porterebbe a credere. È ben nota la versione secondo cui il primo contatto dell’Islam col mondo moderno si sarebbe avuto con lo sbarco di Napoleone in Egitto. Questo contatto avrebbe condotto ad un ripensamento dottrinale con intellettuali quali Rashid Rida, Mohammad Abduhu e Jamal ad-Din al-Afghani. Tale narrativa storica presenta però numerose lacune.
In primo luogo, è stato dimostrato che il processo di riforma in seno all’islam fosse cominciato prima dello sbarco, avvenuto nel 1798. Se è quindi corretto affermare che tali figure abbiano spianato la strada alla rielaborazione del concetto di bene comune (maslaha), sarebbe ingiusto sottovalutare il ruolo che la predicazione popolare e l’attivismo islamico hanno rivestito in tale contesto.

I movimenti sociali islamici (non necessariamente connessi a movimenti politici, ma generalmente ispirati dagli ideali di giustizia sociale contenuti nel Corano) ed i loro araldi, i predicatori popolari, hanno avuto il merito di favorire la modernizzazione dell’Islam tramite la ri-lettura pratica di alcuni concetti classici. Un esempio molto eclatante è stata la re-interpretazione del concetto di da’wa, predicazione dell’Islam. Inizialmente essa era un dovere pendente su tutta la comunità islamica, da espletare verso i non musulmani per convertirli all’Islam (Al-Ghazali). Successivamente, essa è stata intesa dai movimenti islamisti come un dovere individuale da indirizzare ai musulmani che abbiano smarrito la retta via. In tale ottica, ogni musulmano, in quanto membro della comunità islamica, deve lavorare attivamente alla promozione del bene comune poiché tale “impegno” è strettamente legato ai suoi doveri religiosi.

Tale concetto di “fede attiva” è stato alla base della predicazione di personalità carismatiche quali Hasan al-Banna e, più di recente, ‘Amr Khaled. Essi hanno insistito sul fatto che la rinascita ed il rinnovamento dell’Islam non possano prescindere dalla formazione di una coscienza civile ispirata ai principi islamici. Lo stesso vale per lo sviluppo socio-economico ed il progresso del terzo mondo.
È quindi possibile affermare che l’Islam abbia dato vita alla sua modernità “multipla” dando nuovi significati a concetti antichi. In tal modo, esso ha potuto sviluppare un proprio pensiero in vari ambiti, dall’economica (la finanza islamica potrebbe aiutare l’economia mondiale ad attraversare la crisi) alla bioetica. E l’islamizzazione della modernità potrebbe dare nuovi spunti anche alla modernità come l’Occidente l’ha intesa.

Youth Creativity e la Rivoluzione 2.0 in Yemen

La Primavera Araba è stata una promessa tradita per lo Yemen. Il nuovo presidente succeduto a Salah, Abd Rabbuh Mansour Hadi, non si è dimostrato abbastanza deciso nel segnare una netta discontinuità con il regime precedente. Ne è segno il fatto che molti suoi provvedimenti volti a destituire personalità legate a Salah abbiano impiegato tempo ad essere attuati proprio a causa dell’opposizione degli interessati.

Come ha scritto Hakim al- Masmari, editore dello Yemen Post http://www.yemenpost.net/Detail123456789.aspx?ID=3&SubID=5186&MainCat=2): “ Da un sondaggio emerge che il voto che gli yemeniti darebbero al primo anno di governo di Hadi sia C-[…] Le mancanze della politica in Yemen stanno favorendo la re-islamizzazione della società. Dove la politica fallisce, la religione supplisce…”; l’Arabia Saudita è vicina, e la povertà in cui il Paese versa fa sì che l’islamismo radicale trovi terreno fertile.
Nel Paese, è bene ricordarlo, il ritorno all’islamismo potrebbe sfociare nella guerra civile, a causa del mai sopito contrasto tra il governo centrale e gli sciiti Houthi che hanno le proprie roccaforti al nord. Negli ultimi due anni, a causa del vuoto di sicurezza creato dalle rivolte, Al-Qa’ida è arrivata a stabilire due piccoli emirati nella provincia meridionale di Abyan ed innumerevoli sono stati gli attacchi terroristici a bersagli governativi ed occidentali.

Tuttavia, la Primavera Araba in Yemen ha portato alla ribalta la società civile e la gioventù in particolare, che si è impegnata nella costruzione di un nuovo rapporto tra Islam, politica e società. In un contesto profondamente conservatore, bisogna instaurare un dialogo che sappia coniugare l’Islam con quell’attivismo che è stato la base delle rivoluzioni arabe. E per farlo, è necessario diffondere una versione dell’Islam moderata, opposta a quella fondamentalista divenuta egemone.
Tali iniziative di partecipazione civica sono state recentemente patrocinate anche dal governo centrale. Tra queste, l’esperienza più interessante è quella di Youth Creativity.

In collaborazione col Ministero dell’Istruzione, tale associazione si è impegnata a promuovere una massiccia campagna di sensibilizzazione verso tematiche quali terrorismo, coesistenza e tolleranza. Inviando i propri volontari nelle scuole primarie, Youth Creativity cerca di diffondere tra le generazioni più giovani la consapevolezza che l’Islam osservi principi quali la pace ed il rispetto della vita altrui, indipendentemente dalle credenze politiche e religiose dell’altro, e predichi il sacro dovere di proteggere la propria terra. L’obiettivo, come nella maggior parte delle iniziative volte al “risveglio” della coscienza islamica del singolo, è quello di convogliare l’energia dei giovani verso l’edificazione della società.

Tra i metodi usati in tale iniziativa, l’approccio diretto al Testo sacro per mostrare agli interessati come la versione violenta e settaria dell’Islam non sia altro che una lettura errata dei principi coranici, prima tramite 120 volontari dell’associazione (anche imam) e successivamente attraverso la formazione degli insegnanti alla lettura critica del Corano e degli Hadith. Inoltre, è prevista la formazione di personalità di sostegno (ad esempio, gli insegnati di educazione fisica) che debbono affiancare gli alunni maggiormente esposti al rischio di influenze ambientali di stampo fondamentalista, come quelli provenienti dalle fasce sociali più povere. Il tutto tramite una massiccia disseminazione di materiale divulgativo sui pericoli del terrorismo.
La speranza è che il progetto si dimostri sostenibile, coinvolgendo pian piano gli studenti stessi nell’opera di divulgazione di quell’Islam che, forse, potrà portare il Paese fuori dall’incubo della violenza settaria e della guerra civile. La Rivoluzione 2.0 può cominciare anche qui, dopo aver infiammato Egitto e Tunisia.

Lo strano caso del collezionista di Corani

Ci si sarà sicuramente chiesti che fine facciano le copie in disuso del Corano. L’argomento, che ha da sempre interessato islamologi e ‘ulama, è tornato fonte di dibattito a Sana’a da quando un pio fedele, Qanaf Badi, ha iniziato a raccogliere tutti i Corani e qualsiasi testo canonico dai rifiuti.

La sua attività, una vera e propria missione, è cominciata cinque anni fa. Allora, Badi trovò sei copie del Testo sacro in una pila di rifiuti e ne fu profondamente turbato. Da quel momento, il pensionato si reca ogni mattina presso i maggiori luoghi di deposito dei rifiuti e cerca qualsiasi testo in cui sia riportato il nome di Dio. Non appena lo trova, porta il testo in salvo presso la sua abitazione, divenuta un vero e proprio deposito – biblioteca (pare infatti che ad oggi abbia raccolto circa 3000 copie del Corano), in attesa di poterlo riciclare donandolo a scuole o istituti pii. L’uomo non si attende ricompense, ma sostiene di agire solamente “per amore del suo creatore”.

L’attività di Badi ha attirato l’attenzione del Ministero degli Affari Religiosi. Ibrahim al-Jabri, responsabile dell’Informazione presso lo stesso, sostiene che sia deplorevole gettare tra i rifiuti le copie del Corano, ma ammette che il Ministero non dispone di un sistema organico per lo smaltimento dei Testi. Ma come dovrebbe avvenire la stessa secondo la legge islamica?
La ratio è smaltire il Testo rispettando la sua sacralità. I metodi comunemente accettati sono stati tre: seppellirlo, abbandonarlo in un corso d’acqua oppure bruciarlo.

Nel primo caso, il volume va avvolto in un pezzo di tessuto e sotterrato in un luogo in cui generalmente non vi è passaggio (suolo di moschee o cimiteri), ma può anche essere appeso in antri o luoghi isolati sempre avvolto nel tessuto. Nel secondo caso, la cosa importante è che l’acqua abbia cancellato l’inchiostro. In tal caso, il testo può essere lasciato nell’acqua o smaltito come un comune libro. Il terzo caso, bruciare il testo, è l’estrema ratio. Tuttavia, il Testo non va bruciato assieme agli altri rifiuti, e c’è chi sostiene che le sue ceneri vadano seppellite o affidate all’acqua.

Nella maggior parte dei casi, lo smaltimento è affidato alle moschee o a servizi istituiti ad hoc dai vari Ministeri degli Affari Religiosi. L’Islam della diaspora lo affida invece ad ong ed associazioni religiose, quali Furqaan Recycling, molto nota nell’area di Chicago.
Gettare il Testo nei rifiuti è considerato secondo alcuni un peccato grave quanto l’apostasia, e quindi punibile anche con la morte.

Nello Yemen, solo nel 2009, si è assistito a gravi ritorsioni da parte di capi religiosi contro un uomo accusato di vilipendio verso il Corano.
Appare dunque importante procedere ad uno smaltimento ordinato del Testo coranico, al fine di preservarlo, nonché per evitare episodi di violenza fondamentalista. Non è raro, nel suolo delle moschee o in antri solitari, rinvenire copie antiche del Corano, talvolta riportanti versioni non canoniche del Libro. Tali ritrovamenti potrebbero avere enorme importanza storica e filologica.

Le radici occidentali del jihadismo europeo

I fatti accaduti a Woolwich, periferia sud di Londra, hanno riaperto un dibattito sull’Islam che negli ultimi anni si era sopito.

Un nigeriano convertito all’Islam, Michael Adebolajo, assieme ad un confratello ha assassinato barbaramente un tamburino dell’Esercito Britannico, tale Lee Rigby. Il tragico atto è stato compiuto nel nome di Allah poiché, come ha sostenuto l’assassino in un intervento televisivo che voleva essere una macabra e fiera rivendicazione : ”Ogni giorno in terra d’Iraq e d’Afghanistan gli inglesi uccidono musulmani innocenti”. Nessun pentimento nelle parole di Adebolajo, solo la consapevolezza di aver compiuto il proprio jihad. Non dice forse il Corano, nel famoso quanto travisato versetto della Spada (Cor, 5:5) : [] uccidete gli infedeli ovunque li incontriate?

Nelle ore immediatamente successive all’assassinio di Woolwich, a Parigi, un “maghrebino con indosso una jalabiyyah” feriva alla gola un militare francese. Si tratterebbe, secondo fonti citate dall’agenzia France Presse, di “ un ventiduenne sostenitore da tre o quattro anni di un Islam radicale tradizionalista, ma non era noto come un esponente della jihad” (http://www.repubblica.it/esteri/2013/05/29/news/francia_soldato_accoltellato_arresto-59875386/?ref=HREC1-2).

Ovviamente le ragioni di tali gesti, che non sappiamo ancora come collegare con certezza, affondano le proprie radici in un disagio ideologico ed esistenziale che caratterizza l’Islam della diaspora. Entrambi i colpevoli sono infatti musulmani déraciné ed isolati rispetto alla propria comunità religiosa. Adebolajo, ad esempio, pur avendo preso parte ad alcune iniziative a favore dell’islamizzazione della società britannica, non era solito frequentare centri islamici.
Scriveva il sociologo americano Nahirny che soggetti socialmente ed affettivamente emarginati, privi di legami affettivi reali tendano a sviluppare legami “sentimentali” verso altri esseri umani che essi idealizzano. È proprio il caso del killer di Woolwich: egli ha ucciso per vendicare i propri fratelli nell’Islam, persone mai conosciute se non nell’idea che egli ha di loro. Si tratta di un sentimento comune a tutta la teoria del jihadismo globale.

Ciò che rende “mine vaganti” gli islamisti della diaspora è proprio questo. Rispetto agli islamisti che vanno ad ingrossare i vari fronti nazionalistici, essi non hanno freni dettati dalla comunità o dalle esigenze reali di questa. Si tratta di individui che agiscono arbitrariamente, secondo ciò che essi ritengono l’Islam ingiunga. Non si può non notare come agisca qui l’influsso dell’Occidente e del suo radicale individualismo.

Non è quindi errato affermare, come ha sostenuto lo studioso fracese Roy, che il jihadismo della diaspora abbia radici che affondano profondamente nei valori occidentali, a tal punto che sarebbe difficile immaginarlo altrove. Si pone quindi un ulteriore questione, ed in questo le società occidentali dovrebbero sentirsi chiamate in causa. Il modello di integrazione britannico, che promuove sostanzialmente la nascita di “comunità nelle comunità” sembra portare all’isolamento degli appartenenti a queste; il modello francese che tende a confondere integrazione con omologazione culturale genera, dal canto suo, rabbia e desiderio di rivincita. Sarebbe il caso quindi di proporre una terza via che tenga in considerazione come il modello occidentale impatti i valori della cultura in questione e viceversa, affinché si possa cogliere la specificità di fenomeni non immaginabili in contesti diversi, neppure in quelli in cui hanno avuto origine.

Salafiti in pausa caffè

Cosa hanno in comune una catena globale di caffetterie come Costa Caffè ed un gruppo di salafiti del Cairo? Apparentemente nulla. Il trionfo della modernità capitalista non potrebbe sposarsi con i gusti dei musulmani integralisti, neppure durante la pausa caffè. Se si incrocia un barbuto in un posto simile, è certo che ci sia sotto qualcosa di losco.

Al fine di smentire tali preconcetti, ed evitare di essere guardati con sospetto quando si recano presso Costa, un gruppo di amici e colleghi salafiti del Cairo ha avuto un’idea curiosa. Ha fondato un gruppo su Facebook, chiamato Salafyo Costa per organizzare riunioni ed incontri ricreativi presso i locali della catena. In fondo, l’unione fa la forza ed anche i salafiti sono persone come le altre. Infatti, pur aderendo ad una versione integralista del Messaggio, vogliono divertirsi e stare con gli altri. Sono giovani. Sono i vicini, i colleghi, gli amici. Ben presto, ai fondatori del gruppo si sono unite centinaia di egiziani e non solo, copti e musulmani, facendone una vera e propria arena di dibattito e confronto sulla società egiziana ed il suo futuro.

Mohammad Tolba, uno dei fondatori del gruppo, ha spiegato che Salafyo Costa è l’immagine dell’Egitto che vorremmo: unito e cooperante nonostante le differenze politiche e religiose”. Gli attivisti del gruppo propongono iniziative sportive e di assistenza che coinvolgono indifferentemente cristiani e musulmani. “Per comporre le dispute, si ricorre spesso a manifestazioni di solidarietà simboliche tra i vari capi religiosi. Questo non basta più…è meglio una partita di calcio!” ha sostenuto altrove lo stesso Tolba. In un Paese dove il 50% della popolazione è analfabeta, è gioco-forza che spesso il pregiudizio nei confronti dell’Altro metta in ombra e precluda una vera conoscenza reciproca.

Tra le varie iniziative promosse dal Salafiyo Costa, vi è quella delle carovane di aiuti medici nel Governatorato di Zagazig, oppure le missioni per sedare le tensioni interreligiose nel sud dell’Egitto. Inoltre, i membri hanno partecipato a vari cortometraggi amatoriali che mostrano come la cooperazione tra gli egiziani sia sempre l’arma vincente, che può superare le complicanze portate dai conflitti settari. Nel cortometraggio Ayna Mahaly?, ad esempio, un gruppo di commercianti cui è stato sottratto un negozio si rivolge alla giurisdizione sia laica che religiosa con scarsi risultati: mentre imam e giudici deliberano, il negozio è stato distrutto. Solo il lavoro congiunto di musulmani e cristiani per rinnovare il negozio conteso sarà in grado di risarcire i commercianti. Il futuro dell’Egitto non è quindi nelle istituzioni, spesso obsolete e corrotte, ma nelle mani degli egiziani.
Ad uno sguardo più attento, appare chiaro come il salafismo dei Salafiyo Costa sia in realtà un centrismo: la solidarietà interreligiosa in nome dell’ideale nazionalista è tipico della Wasatiyya, la corrente “moderata” dell’Islam. Uno dei cardini della sua ideologia è proprio la fondazione di un Islam civico che si basi sulla comune identità egiziana, e sia quindi maggiormente inclusivo. Tali sforzi di inclusione sono stati alla base della Rivoluzione di Gennaio, e ne hanno determinato il parziale successo. Tanto resta ancora da fare.