venerdì 8 marzo 2013

I viaggi, i racconti e l'Altro : Ibn Battuta

Sarebbe troppo riduttivo voler dare una definizione di cosa sia un viaggio. La maggior parte delle persone lo descrive come un movimento da un luogo all'altro, generalmente di durata non esigua. Per quanto mi concerne, concordo poco con questa definizione poichè credo che il viaggio stia, citando Proust, non tanto nello spostamento fisico ma in quello di prospettiva. Ed in tal senso, chi non è capace di vedere anche solo per un attimo i luoghi che incontra con l'occhio dell'anima e soprattutto con quello della varia umanità con cui viene a contatto,non può dire di aver viaggiato. Ed a me tutto questo è capitato.Tuttavia, oramai è davvero arduo imbattersi in persone che DAVVERO viaggiano. Il turismo di massa e la globalizzazione hanno incorporato il contatto con l'Altro e gli spostamenti all'interno della realtà quotidiana, dandoci l'illusione che tutti in un modo o nell'altro possiamo dirci "VIAGGIATORI". è chiaro quindi che purtroppo non sempre il viaggio implica conoscenza, e pure all'epoca dei grandi viaggi d'esplorazione si è trattato sempre di una contatto parziale e strumentale ma soprattutto monoculare. Non si era interessanti all'auto-rappresentazione dell'Altro, anzi spesso lo si condannava ad una damnatio memoriae, ad un imbarazzante silenzio-vuoto che nel periodo coloniale è diventata chiaro segno di "inferiorità" , quasi a sottolineare come queste persone non avessero manco coscienza di sè stessi. Come ha efficacemente sostenuto lo storico francese Henri Cordier:

"Gli occidentali hanno curiosamente raggruppato la storia del mondo attorno ai popoli di Israele, Grecia e Roma. Così facendo hanno ignorato tutti quei viaggiatori ed esploratori che hanno solcato il Mar della Cina o l'Oceano Indiano oppure attraversato le immense distese dell'Asia Centrale fino al Golfo Persico.In verità, la parte più cospicua del globo, con culture diverse da quelle degli antichi Greci e Romani, ma non meno civilizzate, è rimasta sconosciuta a coloro che hanno scritto la storia del loro PICCOLO mondo con la convinzione di scrivere la Storia del MONDO."

Ne consegue che nell'immaginario occidentale il genere del racconto di viaggio si riduce sostanzialmente al Milione di Marco Polo. Non è difficile immaginare di quante strade percorsi umanità siamo stati privati. Emerge però dal mare tranquillo dell'oblio un nome che forse riscatta tutti gli altri viaggiatori anonimi costretti al silenzio: è il caso di Ibn Battuta. Citando ampiamente il sito arab.it veniamo a sapere che: "Egli ha viaggiato per una trentina d’anni attraverso il mondo nella stessa epoca in cui visse Marco Polo ( 1254 / 1324 ). Pur avendo intrapreso viaggi avventurosi e temerari, tali da far dimenticare quelli del più noto viaggiatore italiano, egli rimane incredibilmente sconosciuto in Europa e forse non abbastanza apprezzato nello stesso mondo arabo. Ibn Battuta è nato a Tangeri, in Marocco nel 1304, all’apoca della dinastia dei Marinidi e apparteneva ad una famiglia di giuristi musulmani. E’ morto nel 1369 all’età di 65 anni dopo essersi ritirato a fare il giudice, in una piccola città di provincia.

Nel suo racconto, egli ci parla della parte più estesa del mondo abitato a quel tempo riferendosi all’Arabia, Siria, Egitto, Maghreb, Sudan, Afghanistan, India, Cina, Indonesia ecc ... Il racconto di Ibn Battuta non è stato redatto da lui personalmente, ma da uno scriba del sultano merinide Abu Inan che favoriva le opere dello spirito e che in pratica era un mecenate come molti sovrani arabi. Nel 1354, lo scriba di Abu Inan iniziò ufficialmente la stesura del racconto completo di Ibn Battuta e lo terminò un anno dopo. Ibn Juzay, il giovane scriba di origine Andalusa diede al racconto un titolo molto lungo, la cui traduzione risultò pesante e poco estetica. Questo titolo è stato spesso sostituito più efficacemente dall’unica parola: " Rihla ", viaggio, che divenne anche il nome di un genere letterario molto apprezzato in Nord Africa tra il XII e XIV secolo, le cronache di viaggio appunto. Solo nel XIX secolo l’Europa si interessò al nostro etno-geografo.
Vediamo brevemente il contenuto della " Rihla ". Ibn Battuta scrive: " Uscii da Tangeri, mia città natale il giovedì 2 del mese di Rajab 725 ( 14 giugno 1325 ) con l’intenzione di fare un pellegrinaggio alla Mecca e di visitare la tomba del Profeta ". L’inizio del viaggio, racconta, fu molto faticoso. Arrivò ad Algeri, unendosi ad una carovana di mercanti. A Bejaia lo assali una forte febbre, tra Bejaia e Costantina alcuni briganti cercarono invano di derubarlo. Dopo mille peripezie, non piacevoli, arrivò ad Alessandria nell’aprile del 1326, dieci mesi dopo aver lasciato Tangeri. Attraversò l’Egitto, la Siria, la Palestina e soltanto il 1 settembre 1326 potè lasciare Damasco per l’Arabia. Dopo il pellegrinaggio continuò il viaggio in Irak e in Persia. In seguito fece altri due pellegrinaggi alla Mecca, ma fino a questo momento sembra che i suoi viaggi si svolgessero solo entro il perimetro arabo.

Finalmente si decise ad uscire dal mondo arabo e sempre dopo mille difficoltà lo troviamo a Costantinopoli, in Russia, nel Turkestan, in Afghanistan. E qui finisce la prima parte del racconto, perchè solo dopo aver attraversato l’Indo, Ibn Battuta penetra in un mondo assolutamente nuovo e strano, ne resta affascinato e gli dedica molta parte del suo racconto. Sedotto della città di Delhi vi resta per sette anni ed entra persino al servizio del sovrano che gli affida una missione speciale in Cina. Le avventure si susseguono in Ceylon, nel sud est dell’India nel Bengala, in Malesia, in Estremo Oriente. Ritorna in patria, ma il demone del viaggio si impadronisce ancora di lui e lo vediamo in Spagna, nel Sahara, in Sudan, nel Mali. Nel 1353 ritorna a Fes. La " Rihla " era durata circa trent’anni ed egli aveva percorso 120.000 kilometri. Il racconto di Ibn Battuta è coinvolgente, notevole è la sua capacità di osservazione, egli ci apre un panorama completo dei personaggi, dei luoghi, dei governi e degli usi e costumi dei luoghi visitati ed è anche il resoconto avvincente di un’avventura personale. La " Rihla " costituisce inoltre un tesoro inestimabile per la conoscenza dei popoli afro - asiatici nell’epoca medievale ed ha dato un contributo importante per la nascita delle scienze sociali".

Anche da questa breve panoramica emerge quanto la prospettiva parziale sia stata dannosa al nostro mondo intellettuale e non solo. Essa ha favorito la sclerosi sia delle relazioni che della conoscenza reciproca ed ha posto le basi di quella teoria dello scontro di civiltà tanto agitato da Huntinghton e dai suoi seguaci, teoria che fornirà le basi ideologiche del neo-imperialismo americano. Il resto è Storia.

Il mondo arabo tra calcio e dissenso

 
 
Gli eventi della Primavera araba hanno fatto emergere come calcio e politica siano indissolubilmente connessi e come il primo abbia avuto un ruolo determinante nelle vicende di Piazza Tahrir. Ma fino a che punto può spingersi la consonanza tra i due? Ed in quali contesti il calcio può mobilitare la coscienza individuale e collettiva?

Il primo romanzo di Ahmad Mohsin (libanese, classe 1984), “Sani’ al-Al’ab” [Il regista della squadra] (Dar Nawafil, Hashit-Antoin) , tratta tali questioni tramite una narrativa dai toni realistici ma rarefatti, ove episodi verosimili vengono vagliati dalla soggettività dell’autore, perdendo così la loro connotazione spazio-temporale per ritrovarla solo alla fine del racconto. I vari episodi che compongono il racconto, unificati dalla personalità dell’autore – narratore (il racconto è narrato in prima persona), trattano vicende della vita di squadra e della vita del protagonista.
Lo sfondo delle vicende narrate è la periferia sud di Beirut. Qui il narratore- protagonista, Ahmad, ha trascorso la sua infanzia ed ha imparato ad amare il gioco del calcio. Egli, infatti, afferma: “ Ho provato a giocare in vari ruoli. Non sono risultato bravo da attaccante perché non riuscivo a finalizzare, pur essendo capace […] I difensori non hanno schemi precisi da seguire, mentre i centrali possono giocare in ogni ruolo […] Infine, ho compreso che il mio ruolo fosse quello di regista della squadra.”

Nel campetto di Rayah, nella periferia sud di Beirut, Ahmad ricoprirà tale ruolo fino all’arrivo di un secondo regista, altrettanto bravo, con cui dovrà dividere il proprio seguito. Tale giocatore veste una maglia senza numero, e l’autore rivela il suo nome solo successivamente: si tratta di “Nasrallah, capitano e guida dei giocatori della periferia sud”. Non è difficile comprendere come dietro tale personaggio si celi Hassan Nasrallah, leader del partito Hezbollah che gioca un ruolo fondamentale sulla scena politica libanese e che ha un forte seguito proprio a livello popolare. Si rende esplicito il parallelismo tra calcio e politica.
Partendo da tale episodio, si fanno nel corso della narrazione sempre più frequenti i riferimenti alla vita pubblica ed alla società libanese nel suo insieme. L’autore stabilisce un raffronto tra le folle di tifosi che seguono il calcio e quelle dei supporter che idolatrano i politici. Entrambe sono alla ricerca di un “maestro” che gli indichi la via. Afferma Muhsin: “Il singolo individuo si muove in maniera razionale e definita; la folla in maniera irrazionale. Ciò accade perché l’irrazionalità è un fenomeno prettamente sociale”.

I calciatori non sono diversi dai politici, e molto spesso la loro influenza supera quella dei primi. Nel capitolo 33, intitolato Ricardo Kakà, si descrive l’indignazione dei tifosi milanisti esplosa il 26 Luglio 2009 alla notizia della cessione del giocatore al Real Madrid. Tuttavia, le folle si radunano dinanzi all’abitazione del brasiliano, e non nei pressi di quella del Presidente Berlusconi: il primo appare quindi più importante del secondo per i suoi sostenitori. L’episodio segnala chiaramente come in Italia il calcio conti più della politica. Benchè Muhsin si limiti a ritrarre spesso ironicamente le vicende dei suoi personaggi, le sue analisi non sono immuni da un tono disincantato: in fin dei conti, la politica è vista come un gioco sporco, senza spirito sportivo né equità. E a farne le spese è il Paese, che viene conteso tra i vari giocatori proprio come una palla.

Oltre alla politica partitica, la critica può estendersi a tutte le realtà in cui questa sia presente, altri aspetti della società libanese sono oggetto dell’analisi di Muhsin: l’ipocrisia dei moralisti, i quali strumentalizzano l’Islam a fini personali; i rapporti controversi tra i seguaci delle varie fedi presenti nel Paese (Ahmed vive un rapporto controverso con Maya, una ragazza cristiana); la superficialità che la pervade, rendendo i libanesi proni ad accettare acriticamente il “nuovo”.
Lo stile del romanzo risulta scevro da orpelli letterari, il linguaggio tende alla riproduzione realistica del parlato dei personaggi ed incorpora numerosi neologismi proveniente da sfere diverse. Quelli maggiormente presenti afferiscono ovviamente alla sfera del calcio, ma non mancano quelli provenienti dal linguaggio cinematografico. Il ritmo della narrazione risulta omogeneo e privo di colpi di scena, con la presenza di incisi e commenti simili a flussi di coscienza che tendono a rallentarlo. Ad esempio, parlando della proliferazione dei Sushi Bar a Beirut (”ci sono più ristoranti di sushi che negozi di falafel…”) Muhsin giunge a fare riflessioni sulla vicenda di Hiroshima e Nagasaki, per passare all’imperiali smo e alla crisi economica. Il filo conduttore che unifica il tutto resta l’ironia e lo sguardo penetrante dell’autore.

Nonostante la figura di Ahmad domini l’opera prima di Muhsin, il vero protagonista dell’elaborato è il calcio. Che sia inteso quale sport o quale metafora della vita politica di interi Paesi, esso è al centro della narrazione. Ne è testimonianza il fatto che tutti i capitoli abbiano un nome tratto dal linguaggio calcistico (ad esempio, Forza Italia) e che, come già detto, i termini legati al suo gergo compaiano continuamente nel linguaggio dei personaggi. Ad un primo sguardo, potrebbe apparire che l’autore concordi con chi vede nel popolare sport uno strumento di riscossa, ma la sua esperienza lo porta invece ad essere diffidente in merito. Lo stadio ha dato voce al dissenso politico per lungo tempo, e gli ultrà hanno avuto un ruolo importante nella rivoluzione egiziana (si pensi al loro ruolo nella guerriglia anti-regime di Tahrir oppure nelle vicende di Port Said) dimostrando quanto siano grandi le potenzialità mobilitative del pallone in contesti autoritari. Nell’Egitto di Mubarak, infatti, l’espressione del dissenso era sostanzialmente limitata alla moschea e si esprimeva spesso tramite un ritorno personale all’Islam senza riuscire ad emergere in maniera decisiva. Durante e dopo i fatti di Gennaio 2011, lo stadio è parso essere una ulteriore arena per manifestare il dissenso organizzato in seno alla società civile. Nel momento in cui i rappresentanti dell’opposizione al regime di Mubarak sono passati dalla moschea al palazzo, questa ha trovato nello stadio uno dei suoi canali più vivaci.
In Libano, d’altro canto, non si è assistito ad una vera e propria insurrezione civile. Ciò perché qui non si è di fronte all’oppressione di uno stato tirannico e repressivo, ma si assiste ad uno stato di stallo sociale, culturale ed economico dovuto ai profondi conflitti settari che non permettono la formazione di una coscienza nazionale tanto forte da spingere i libanesi a reagire allo stato di disagio in cui versa molta parte della popolazione. Le principali piaghe che affliggono il Paese sono stanzialmente i problemi economici causati dalla privatizzazione selvaggia dei settori di interesse comune (sanità, istruzione etc.)e i problemi legati alla debolezza dello Stato ed alla sua sicurezza. Significativo appare il fatto che gli stessi confini siano protetti da una milizia settaria, Hezbollah appunto, che tanto ha uno sterminato seguito politico. Appare chiaro come, socialmente parlando, il Libano appaia come un immenso campo di calcio in cui si gioca una partita tra le fazioni che lo compongono e lo rivendicano. E si comprende pure perché Muhsin affermi che l’azione collettiva sia irrazionale: in una pletora di microfazioni con interessi contrastanti, individuare un principio di azione comune è estremamente complesso.

 In tale contesto, il calcio stesso è un mezzo di evasione piuttosto che un aggregatore sociale, nonostante il fatto che in Libano la politica sia molto seguita. È in quest’ottica che l’autore individua una “affinità elettiva” tra il proprio Paese e l’Italia (testimoniata anche dal fatto che il narratore sostenga di conoscere l’italiano e dall’accostamento delle date in cui la squadra azzurra ha vinto il titolo mondiale a quelle di eventi politici libanesi). Qui, forse ancor più che nel suo Paese, il calcio è arma di disimpegno più che strumento di aggregazione ma, ugualmente, la politica appare sempre più attenta ai propri interessi di parte che a quelli dei cittadini.

Al-Azhar: dalla moderazione al provincialismo?

 
Al-Azhar rappresenta un’istituzione di enorme importanza per la vita politica e culturale dell’Egitto. Fondata dai sovrani fatimidi nel X secolo come luogo di culto, essa ben presto divenne centro propulsore del cosmopolitismo islamico del Medioevo.
Sempre restando al di sopra delle parti, essa è riuscita nei secoli ad essere, allo stesso tempo, custode e innovatrice dell’ortodossia sunnita. Basti ricordare il contributo che essa ha dato al razionalismo islamico del XIX o, a partire dagli anni ‘70 del XX secolo, a quella corrente moderata (al-wasatiyyah) che è stata protagonista del dibattito su Islam e modernità ed ha prodotto intellettuali del calibro di al-Qaradawy. A causa dell’enorme peso morale che essa deteneva e detiene tra i musulmani, (egiziani e non), il suo rapporto col potere è stato controverso. A partire dalla rivoluzione del ‘52 Nasser ne fece un organo asservito alla diffusione dell’Islam “impegnato” fedele ai dettami del regime.
Oggi la situazione appare molto più complessa. Il ruolo degli ‘ulama di al-Azhar nella rivoluzione di Gennaio 2011 è stato marginale. Nei mesi successivi alle rivolte di Tahrir, essi si sono fatti promotori di una “Carta” contenente i principi moderati che avrebbero dovuto essere alla base della nuova Costituzione : pluralismo, libertà di espressione ed uguaglianza, tutti islamicamente accettabili e giustificabili. Con tale mossa, l’Università intendeva esprimere la propria vicinanza ai liberali ed ai Fratelli Musulmani moderati, allontanandosi dalle frange più estremiste, in particolare dai Salafiti. Gli auspici della Carta sono stati esauditi. L’istituzione islamica è stata dichiarata dalla nuova Costituzione “sovrana” ed ha ottenuto il diritto di supervisionare l’islamicità delle leggi e delle norme contenute nel nuovo Codice, acquisendo il ruolo di guardiano della moralità pubblica. Ad uno sguardo più attento, come ha sostenuto di recente in un articolo Hassan Hassan (http://en.qantara.de/The-Demise-of-Islamic-Centres-of-Moderation/20701c22883i1p524/index.html), tale ruolo assunto da al-Azhar rappresenta un’arma a doppio taglio. Infatti, essendo strettamente legata alla vita politica del Paese, essa perderebbe il suo ruolo di istituzione islamica transnazionale e diventerebbe propriamente egiziana. Questo la porterebbe a perdere la propria funzione di centro di quell’Islam aperto e tollerante che fa da contrappeso ad altre versioni “locali” e politicizzate dello stesso. Tale è il caso del wahabismo, la versione fondamentalista dell’Islam che si è affermata nel Golfo ed è stata esportata sulla scia dei petroldollari.
L’influenza del salafismo imperante in Egitto oggi potrebbe pian piano penetrare nella dottrina diffusa da al-Azhar, arrivando pure alle tante istituzioni islamiche che ruotano attorno ad essa. La “battaglia per al-Azhar”, come è stata definita (http://mideast.foreignpolicy.com/posts/2012/08/02/the_battle_for_the_azhar), è quindi aperta, e gli esiti potrebbero essere decisivi per l’Islam tutto.