Dopo i fatti dell’11 Settembre, si è imposto prepotentemente il dibattito sui rapporti tra Islam e modernità. L’islam è compatibile con la democrazia e le libertà individuali? La risposta più immediata è stata negativa, e l’Islam è stato ritenuto, dai più, intrinsecamente oscurantista e violento.
Tale posizione appare oggi superata. Secondo il sociologo Shmuel Eisenstadt la modernità, tanto decantata quale simbolo dell’Occidente, sarebbe una vera e propria civiltà nata dalla Rivoluzione Francese e diffusasi sulla scia del colonialismo prima, e della globalizzazione poi. Essa sarebbe caratterizzata da una forte conflittualità tra centro e periferia, nonché dalla presenza di una politica pluripartitica e di una società civile attiva e partecipativa. Nella sua diffusione, essa ha dovuto fare i conti con le culture con cui è entrata a contatto che non l’hanno assorbita acriticamente. Da tale incontro si sarebbero generate le modernità “multiple”.
In base a tali premesse, come è avvenuto l’incontro tra Islam e modernità? E quali ne sono stati i risultati?
Come ha sostenuto Nader Hashemi in un suo recente saggio (Islam, Secularism and Liberal Democracy, Oxford, 2009) l’Islam è stato in grado di creare il proprio percorso verso la modernità ma tale sentiero, proprio in base a quanto abbiamo riferito, non è stato lineare come la storiografia islamica del XX secolo ci porterebbe a credere. È ben nota la versione secondo cui il primo contatto dell’Islam col mondo moderno si sarebbe avuto con lo sbarco di Napoleone in Egitto. Questo contatto avrebbe condotto ad un ripensamento dottrinale con intellettuali quali Rashid Rida, Mohammad Abduhu e Jamal ad-Din al-Afghani. Tale narrativa storica presenta però numerose lacune.
In primo luogo, è stato dimostrato che il processo di riforma in seno all’islam fosse cominciato prima dello sbarco, avvenuto nel 1798. Se è quindi corretto affermare che tali figure abbiano spianato la strada alla rielaborazione del concetto di bene comune (maslaha), sarebbe ingiusto sottovalutare il ruolo che la predicazione popolare e l’attivismo islamico hanno rivestito in tale contesto.
I movimenti sociali islamici (non necessariamente connessi a movimenti politici, ma generalmente ispirati dagli ideali di giustizia sociale contenuti nel Corano) ed i loro araldi, i predicatori popolari, hanno avuto il merito di favorire la modernizzazione dell’Islam tramite la ri-lettura pratica di alcuni concetti classici. Un esempio molto eclatante è stata la re-interpretazione del concetto di da’wa, predicazione dell’Islam. Inizialmente essa era un dovere pendente su tutta la comunità islamica, da espletare verso i non musulmani per convertirli all’Islam (Al-Ghazali). Successivamente, essa è stata intesa dai movimenti islamisti come un dovere individuale da indirizzare ai musulmani che abbiano smarrito la retta via. In tale ottica, ogni musulmano, in quanto membro della comunità islamica, deve lavorare attivamente alla promozione del bene comune poiché tale “impegno” è strettamente legato ai suoi doveri religiosi.
Tale concetto di “fede attiva” è stato alla base della predicazione di personalità carismatiche quali Hasan al-Banna e, più di recente, ‘Amr Khaled. Essi hanno insistito sul fatto che la rinascita ed il rinnovamento dell’Islam non possano prescindere dalla formazione di una coscienza civile ispirata ai principi islamici. Lo stesso vale per lo sviluppo socio-economico ed il progresso del terzo mondo.
È quindi possibile affermare che l’Islam abbia dato vita alla sua modernità “multipla” dando nuovi significati a concetti antichi. In tal modo, esso ha potuto sviluppare un proprio pensiero in vari ambiti, dall’economica (la finanza islamica potrebbe aiutare l’economia mondiale ad attraversare la crisi) alla bioetica. E l’islamizzazione della modernità potrebbe dare nuovi spunti anche alla modernità come l’Occidente l’ha intesa.
Tale posizione appare oggi superata. Secondo il sociologo Shmuel Eisenstadt la modernità, tanto decantata quale simbolo dell’Occidente, sarebbe una vera e propria civiltà nata dalla Rivoluzione Francese e diffusasi sulla scia del colonialismo prima, e della globalizzazione poi. Essa sarebbe caratterizzata da una forte conflittualità tra centro e periferia, nonché dalla presenza di una politica pluripartitica e di una società civile attiva e partecipativa. Nella sua diffusione, essa ha dovuto fare i conti con le culture con cui è entrata a contatto che non l’hanno assorbita acriticamente. Da tale incontro si sarebbero generate le modernità “multiple”.
In base a tali premesse, come è avvenuto l’incontro tra Islam e modernità? E quali ne sono stati i risultati?
Come ha sostenuto Nader Hashemi in un suo recente saggio (Islam, Secularism and Liberal Democracy, Oxford, 2009) l’Islam è stato in grado di creare il proprio percorso verso la modernità ma tale sentiero, proprio in base a quanto abbiamo riferito, non è stato lineare come la storiografia islamica del XX secolo ci porterebbe a credere. È ben nota la versione secondo cui il primo contatto dell’Islam col mondo moderno si sarebbe avuto con lo sbarco di Napoleone in Egitto. Questo contatto avrebbe condotto ad un ripensamento dottrinale con intellettuali quali Rashid Rida, Mohammad Abduhu e Jamal ad-Din al-Afghani. Tale narrativa storica presenta però numerose lacune.
In primo luogo, è stato dimostrato che il processo di riforma in seno all’islam fosse cominciato prima dello sbarco, avvenuto nel 1798. Se è quindi corretto affermare che tali figure abbiano spianato la strada alla rielaborazione del concetto di bene comune (maslaha), sarebbe ingiusto sottovalutare il ruolo che la predicazione popolare e l’attivismo islamico hanno rivestito in tale contesto.
I movimenti sociali islamici (non necessariamente connessi a movimenti politici, ma generalmente ispirati dagli ideali di giustizia sociale contenuti nel Corano) ed i loro araldi, i predicatori popolari, hanno avuto il merito di favorire la modernizzazione dell’Islam tramite la ri-lettura pratica di alcuni concetti classici. Un esempio molto eclatante è stata la re-interpretazione del concetto di da’wa, predicazione dell’Islam. Inizialmente essa era un dovere pendente su tutta la comunità islamica, da espletare verso i non musulmani per convertirli all’Islam (Al-Ghazali). Successivamente, essa è stata intesa dai movimenti islamisti come un dovere individuale da indirizzare ai musulmani che abbiano smarrito la retta via. In tale ottica, ogni musulmano, in quanto membro della comunità islamica, deve lavorare attivamente alla promozione del bene comune poiché tale “impegno” è strettamente legato ai suoi doveri religiosi.
Tale concetto di “fede attiva” è stato alla base della predicazione di personalità carismatiche quali Hasan al-Banna e, più di recente, ‘Amr Khaled. Essi hanno insistito sul fatto che la rinascita ed il rinnovamento dell’Islam non possano prescindere dalla formazione di una coscienza civile ispirata ai principi islamici. Lo stesso vale per lo sviluppo socio-economico ed il progresso del terzo mondo.
È quindi possibile affermare che l’Islam abbia dato vita alla sua modernità “multipla” dando nuovi significati a concetti antichi. In tal modo, esso ha potuto sviluppare un proprio pensiero in vari ambiti, dall’economica (la finanza islamica potrebbe aiutare l’economia mondiale ad attraversare la crisi) alla bioetica. E l’islamizzazione della modernità potrebbe dare nuovi spunti anche alla modernità come l’Occidente l’ha intesa.