Sin dal 2004, nello Yemen settentrionale si è assistito ad un conflitto armato e cruento tra le milizie governative e quelle di un movimento secessionista sciita, gli Shabab al-Mu’min, che conterebbe svariate migliaia di combattenti. Tale conflitto, dapprima esclusivamente un affare interno della Repubblica araba, si è esteso coinvolgendo vari attori di grande spicco nella scacchiera mediorientale: Arabia Saudita, Iran e rispettivi alleati.
Per tali ragioni, la ribellione degli Shabab è stata troppo spesso ricondotta all’ennesima propaggine della “guerra fredda” in atto tra Iran ed Arabia Saudita per il controllo degli interessi strategici ed economici che gravitano attorno al Golfo Arabico o Persico, che dir si voglia. Ma chi sono davvero questi ribelli? Per cosa combattono? E ancora, quanto sono davvero legati all’Iran sciita?
Inizialmente, il movimento era legato alla figura carismatica di Badreddin al-Houthi, un religioso dissidente che riteneva moralmente indegno il governo di Sana’a poiché questo perseguitava gli zaiditi del nord temendo sommosse per ristabilire l’imamato. Lo Yemen del nord è stato infatti sotto il governo degli imam zaiditi per oltre mille anni (fino al 1962). Questi hanno sempre difeso strenuamente la loro indipendenza innanzi alle invasioni esterne. Nessun dominatore straniero è mai riuscito a penetrare le roccaforti del nord. Fin dal momento dell’unificazione del Paese nel 1990, tenere sotto controllo le spinte centrifughe degli zaiditi è stata una delle preoccupazioni del governo centrale.
Come già sottolineato, una delle accuse che il governo di Salah rivolgeva agli Shabab era proprio quella di voler rifondare l’imamato. Questi avrebbero infatti propugnato la ricostituzione di uno stato fondato sull’Islam zaidita, oscurantista ed antidemocratico. Inoltre, gli Shabab erano accusati di favorire l’egemonia iraniana nel Paese e di ricevere armi dalla Repubblica Islamica.
Dopo la resa di Salah e l’insediamento del nuovo presidente al-Hadi, si è cercato di aprire un tavolo di confronto (Yemen National Dialogue Conference) con i ribelli Houthi e quelli del sud, sia per giungere ad un processo di pacificazione nazionale sia per confrontarsi sull’idea stessa di Stato interloquendo con la formazione islamica di maggioranza, Al-Islah.
Non senza destare sorprese, gli Houthi hanno contrapposto alla visione di stampo tribale del governo una visione decentralizzata ed inclusiva ispirata all’Islam ma non strettamente confessionale. Come ha sostenuto al-Bogheti, delegato degli Houthi presso il tavolo di confronto ed intervistato dal periodico online al-Monitor: “Il clan degli al-Ahmar, una parte consistente delle componenti di Al-Islah, ostacola il dialogo sulla democrazia poiché questa metterebbe fine alla sua egemonia basata su un sistema clientelare […] noi Houthi siamo sempre stati a favore dell’instaurazione di un sistema democratico basato sul consenso di tutte le forze politiche e che sia in grado di garantire giustizia sociale a tutti i cittadini, indipendentemente dal loro credo e dalla loro origine etnica”. Significativo è anche l’appello ad una decentralizzazione dei poteri tramite la costituzione di uno Stato federale al fine di garantire con maggior efficacia i diritti civili di ognuno. E l’Iran? Continua al-Borgheti : “Non vi sono legami diretti con loro, se non una comunanza di visioni dovuta al comune sciismo”. Tuttavia, i dubbi di al-Hadi e dell’Occidente persistono e, se gli ipotizzati legami degli Houthi con l’Iran fossero reali, un’eventuale cambio di rotta del neoeletto Rohani in politica estera potrebbero avere ripercussioni anche nello Yemen.
Al di là di quale sia la vera agenda politica di tale movimento, bisogna notare come il concetto di democrazia sia, in questo caso, coniugato in termini politici vicini a quelli espressi dalla Primavera araba. Inclusione, diritti civili e superamento del sistema tribale. Per ora, in Yemen, lungo è il cammino e stretta la via.
Per tali ragioni, la ribellione degli Shabab è stata troppo spesso ricondotta all’ennesima propaggine della “guerra fredda” in atto tra Iran ed Arabia Saudita per il controllo degli interessi strategici ed economici che gravitano attorno al Golfo Arabico o Persico, che dir si voglia. Ma chi sono davvero questi ribelli? Per cosa combattono? E ancora, quanto sono davvero legati all’Iran sciita?
Inizialmente, il movimento era legato alla figura carismatica di Badreddin al-Houthi, un religioso dissidente che riteneva moralmente indegno il governo di Sana’a poiché questo perseguitava gli zaiditi del nord temendo sommosse per ristabilire l’imamato. Lo Yemen del nord è stato infatti sotto il governo degli imam zaiditi per oltre mille anni (fino al 1962). Questi hanno sempre difeso strenuamente la loro indipendenza innanzi alle invasioni esterne. Nessun dominatore straniero è mai riuscito a penetrare le roccaforti del nord. Fin dal momento dell’unificazione del Paese nel 1990, tenere sotto controllo le spinte centrifughe degli zaiditi è stata una delle preoccupazioni del governo centrale.
Come già sottolineato, una delle accuse che il governo di Salah rivolgeva agli Shabab era proprio quella di voler rifondare l’imamato. Questi avrebbero infatti propugnato la ricostituzione di uno stato fondato sull’Islam zaidita, oscurantista ed antidemocratico. Inoltre, gli Shabab erano accusati di favorire l’egemonia iraniana nel Paese e di ricevere armi dalla Repubblica Islamica.
Dopo la resa di Salah e l’insediamento del nuovo presidente al-Hadi, si è cercato di aprire un tavolo di confronto (Yemen National Dialogue Conference) con i ribelli Houthi e quelli del sud, sia per giungere ad un processo di pacificazione nazionale sia per confrontarsi sull’idea stessa di Stato interloquendo con la formazione islamica di maggioranza, Al-Islah.
Non senza destare sorprese, gli Houthi hanno contrapposto alla visione di stampo tribale del governo una visione decentralizzata ed inclusiva ispirata all’Islam ma non strettamente confessionale. Come ha sostenuto al-Bogheti, delegato degli Houthi presso il tavolo di confronto ed intervistato dal periodico online al-Monitor: “Il clan degli al-Ahmar, una parte consistente delle componenti di Al-Islah, ostacola il dialogo sulla democrazia poiché questa metterebbe fine alla sua egemonia basata su un sistema clientelare […] noi Houthi siamo sempre stati a favore dell’instaurazione di un sistema democratico basato sul consenso di tutte le forze politiche e che sia in grado di garantire giustizia sociale a tutti i cittadini, indipendentemente dal loro credo e dalla loro origine etnica”. Significativo è anche l’appello ad una decentralizzazione dei poteri tramite la costituzione di uno Stato federale al fine di garantire con maggior efficacia i diritti civili di ognuno. E l’Iran? Continua al-Borgheti : “Non vi sono legami diretti con loro, se non una comunanza di visioni dovuta al comune sciismo”. Tuttavia, i dubbi di al-Hadi e dell’Occidente persistono e, se gli ipotizzati legami degli Houthi con l’Iran fossero reali, un’eventuale cambio di rotta del neoeletto Rohani in politica estera potrebbero avere ripercussioni anche nello Yemen.
Al di là di quale sia la vera agenda politica di tale movimento, bisogna notare come il concetto di democrazia sia, in questo caso, coniugato in termini politici vicini a quelli espressi dalla Primavera araba. Inclusione, diritti civili e superamento del sistema tribale. Per ora, in Yemen, lungo è il cammino e stretta la via.
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