venerdì 8 marzo 2013

Il mondo arabo tra calcio e dissenso

 
 
Gli eventi della Primavera araba hanno fatto emergere come calcio e politica siano indissolubilmente connessi e come il primo abbia avuto un ruolo determinante nelle vicende di Piazza Tahrir. Ma fino a che punto può spingersi la consonanza tra i due? Ed in quali contesti il calcio può mobilitare la coscienza individuale e collettiva?

Il primo romanzo di Ahmad Mohsin (libanese, classe 1984), “Sani’ al-Al’ab” [Il regista della squadra] (Dar Nawafil, Hashit-Antoin) , tratta tali questioni tramite una narrativa dai toni realistici ma rarefatti, ove episodi verosimili vengono vagliati dalla soggettività dell’autore, perdendo così la loro connotazione spazio-temporale per ritrovarla solo alla fine del racconto. I vari episodi che compongono il racconto, unificati dalla personalità dell’autore – narratore (il racconto è narrato in prima persona), trattano vicende della vita di squadra e della vita del protagonista.
Lo sfondo delle vicende narrate è la periferia sud di Beirut. Qui il narratore- protagonista, Ahmad, ha trascorso la sua infanzia ed ha imparato ad amare il gioco del calcio. Egli, infatti, afferma: “ Ho provato a giocare in vari ruoli. Non sono risultato bravo da attaccante perché non riuscivo a finalizzare, pur essendo capace […] I difensori non hanno schemi precisi da seguire, mentre i centrali possono giocare in ogni ruolo […] Infine, ho compreso che il mio ruolo fosse quello di regista della squadra.”

Nel campetto di Rayah, nella periferia sud di Beirut, Ahmad ricoprirà tale ruolo fino all’arrivo di un secondo regista, altrettanto bravo, con cui dovrà dividere il proprio seguito. Tale giocatore veste una maglia senza numero, e l’autore rivela il suo nome solo successivamente: si tratta di “Nasrallah, capitano e guida dei giocatori della periferia sud”. Non è difficile comprendere come dietro tale personaggio si celi Hassan Nasrallah, leader del partito Hezbollah che gioca un ruolo fondamentale sulla scena politica libanese e che ha un forte seguito proprio a livello popolare. Si rende esplicito il parallelismo tra calcio e politica.
Partendo da tale episodio, si fanno nel corso della narrazione sempre più frequenti i riferimenti alla vita pubblica ed alla società libanese nel suo insieme. L’autore stabilisce un raffronto tra le folle di tifosi che seguono il calcio e quelle dei supporter che idolatrano i politici. Entrambe sono alla ricerca di un “maestro” che gli indichi la via. Afferma Muhsin: “Il singolo individuo si muove in maniera razionale e definita; la folla in maniera irrazionale. Ciò accade perché l’irrazionalità è un fenomeno prettamente sociale”.

I calciatori non sono diversi dai politici, e molto spesso la loro influenza supera quella dei primi. Nel capitolo 33, intitolato Ricardo Kakà, si descrive l’indignazione dei tifosi milanisti esplosa il 26 Luglio 2009 alla notizia della cessione del giocatore al Real Madrid. Tuttavia, le folle si radunano dinanzi all’abitazione del brasiliano, e non nei pressi di quella del Presidente Berlusconi: il primo appare quindi più importante del secondo per i suoi sostenitori. L’episodio segnala chiaramente come in Italia il calcio conti più della politica. Benchè Muhsin si limiti a ritrarre spesso ironicamente le vicende dei suoi personaggi, le sue analisi non sono immuni da un tono disincantato: in fin dei conti, la politica è vista come un gioco sporco, senza spirito sportivo né equità. E a farne le spese è il Paese, che viene conteso tra i vari giocatori proprio come una palla.

Oltre alla politica partitica, la critica può estendersi a tutte le realtà in cui questa sia presente, altri aspetti della società libanese sono oggetto dell’analisi di Muhsin: l’ipocrisia dei moralisti, i quali strumentalizzano l’Islam a fini personali; i rapporti controversi tra i seguaci delle varie fedi presenti nel Paese (Ahmed vive un rapporto controverso con Maya, una ragazza cristiana); la superficialità che la pervade, rendendo i libanesi proni ad accettare acriticamente il “nuovo”.
Lo stile del romanzo risulta scevro da orpelli letterari, il linguaggio tende alla riproduzione realistica del parlato dei personaggi ed incorpora numerosi neologismi proveniente da sfere diverse. Quelli maggiormente presenti afferiscono ovviamente alla sfera del calcio, ma non mancano quelli provenienti dal linguaggio cinematografico. Il ritmo della narrazione risulta omogeneo e privo di colpi di scena, con la presenza di incisi e commenti simili a flussi di coscienza che tendono a rallentarlo. Ad esempio, parlando della proliferazione dei Sushi Bar a Beirut (”ci sono più ristoranti di sushi che negozi di falafel…”) Muhsin giunge a fare riflessioni sulla vicenda di Hiroshima e Nagasaki, per passare all’imperiali smo e alla crisi economica. Il filo conduttore che unifica il tutto resta l’ironia e lo sguardo penetrante dell’autore.

Nonostante la figura di Ahmad domini l’opera prima di Muhsin, il vero protagonista dell’elaborato è il calcio. Che sia inteso quale sport o quale metafora della vita politica di interi Paesi, esso è al centro della narrazione. Ne è testimonianza il fatto che tutti i capitoli abbiano un nome tratto dal linguaggio calcistico (ad esempio, Forza Italia) e che, come già detto, i termini legati al suo gergo compaiano continuamente nel linguaggio dei personaggi. Ad un primo sguardo, potrebbe apparire che l’autore concordi con chi vede nel popolare sport uno strumento di riscossa, ma la sua esperienza lo porta invece ad essere diffidente in merito. Lo stadio ha dato voce al dissenso politico per lungo tempo, e gli ultrà hanno avuto un ruolo importante nella rivoluzione egiziana (si pensi al loro ruolo nella guerriglia anti-regime di Tahrir oppure nelle vicende di Port Said) dimostrando quanto siano grandi le potenzialità mobilitative del pallone in contesti autoritari. Nell’Egitto di Mubarak, infatti, l’espressione del dissenso era sostanzialmente limitata alla moschea e si esprimeva spesso tramite un ritorno personale all’Islam senza riuscire ad emergere in maniera decisiva. Durante e dopo i fatti di Gennaio 2011, lo stadio è parso essere una ulteriore arena per manifestare il dissenso organizzato in seno alla società civile. Nel momento in cui i rappresentanti dell’opposizione al regime di Mubarak sono passati dalla moschea al palazzo, questa ha trovato nello stadio uno dei suoi canali più vivaci.
In Libano, d’altro canto, non si è assistito ad una vera e propria insurrezione civile. Ciò perché qui non si è di fronte all’oppressione di uno stato tirannico e repressivo, ma si assiste ad uno stato di stallo sociale, culturale ed economico dovuto ai profondi conflitti settari che non permettono la formazione di una coscienza nazionale tanto forte da spingere i libanesi a reagire allo stato di disagio in cui versa molta parte della popolazione. Le principali piaghe che affliggono il Paese sono stanzialmente i problemi economici causati dalla privatizzazione selvaggia dei settori di interesse comune (sanità, istruzione etc.)e i problemi legati alla debolezza dello Stato ed alla sua sicurezza. Significativo appare il fatto che gli stessi confini siano protetti da una milizia settaria, Hezbollah appunto, che tanto ha uno sterminato seguito politico. Appare chiaro come, socialmente parlando, il Libano appaia come un immenso campo di calcio in cui si gioca una partita tra le fazioni che lo compongono e lo rivendicano. E si comprende pure perché Muhsin affermi che l’azione collettiva sia irrazionale: in una pletora di microfazioni con interessi contrastanti, individuare un principio di azione comune è estremamente complesso.

 In tale contesto, il calcio stesso è un mezzo di evasione piuttosto che un aggregatore sociale, nonostante il fatto che in Libano la politica sia molto seguita. È in quest’ottica che l’autore individua una “affinità elettiva” tra il proprio Paese e l’Italia (testimoniata anche dal fatto che il narratore sostenga di conoscere l’italiano e dall’accostamento delle date in cui la squadra azzurra ha vinto il titolo mondiale a quelle di eventi politici libanesi). Qui, forse ancor più che nel suo Paese, il calcio è arma di disimpegno più che strumento di aggregazione ma, ugualmente, la politica appare sempre più attenta ai propri interessi di parte che a quelli dei cittadini.

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